Giovanni Verga è uno degli scrittori più inquieti e tormentati della letteratura italiana: è la perentoria affermazione formulata dal critico Romano Luperini, il quale rileva che l’opera dello scrittore siciliano sembra non avere una precisa coerenza di svolgimento. La sua è una ricerca artistica che “procede a balzi, incerta e contraddittoria”. Una ricerca così travagliata trova parziale giustificazione in motivi di ordine storico.
Non è Verga uno scrittore che riflette una società e una cultura storicamente consolidate, come Ariosto; egli bon vive, come Manzoni, nella fede salda di certi ideali; non si è arrovella, come Leopardi, per meglio definire una precisa concezione del mondo. Verga è sempre alla ricerca di un’ideologia, romantica e positivista insieme, configurandosi così come uno scrittore di transizione. De resto, l’età in cui visse fu essa stessa di transizione, perché contrassegnata dal passaggio dall’idealismo romantico dell’Italia risorgimentale allo scettico positivismo dell’Italia borghese.
Verga vive la crisi delle ideologie umanistiche – che pure avevano infiammato generazioni di scrittori, da Parini ad Alfieri, da de Sanctis a Carducci -, e sperimenta la crescente tendenza a conferire alto valore alla scienza. Una tendenza – rileva Luporini – che porta gli scrittori di quell’epoca a proporsi come scienziati, mettendo da parte i tradizionali schemi morali nella consapevolezza dell’impotenza dello strumento ideologico-letterario a modificare la storia. Da questa prospettiva deriva l’accettazione della realtà e la sua descrizione in chiave scientifica. In questo scenario non possono che affermarsi, con agevole disinvoltura, i canoni del verismo, tra i quali figurano l’impersonalità e l’impiego del metodo positivistico.
Certamente, evidenzia il critico, in questi canoni Verga non ci si imbatte per caso. Essi sono da lui consapevolmente accolti e assorbiti, perché nascono da una profonda esigenza della sua umanità e dal suo dramma di artista di fronte alla realtà del suo tempo. Il canone dell’impersonalità rappresenta la rinuncia, da parte degli scapigliati e del giovane Verga, ad un compito morale e civile dell’arte (teorizzato nella prefazione al romanzo “Eva”). Il canone dell’impiego del metodo positivistico nasce dalla volontà dello scrittore di superare l’idealismo giovanile declinandolo in una concezione materialistica, in cui confluiscono le sollecitazioni della tradizione culturale catanese (caratterizzata da uno spiccato interesse per le scienze naturali) e i nuovi fermenti positivistici e naturalistici d’oltralpe.
In quest’ottica l’incontro di Verga con il verismo assume un profilo maturo e di spessore. Esso, infatti, non costituisce il limite negativo – contestato da alcuni critici – dell’arte verghiana, e non si risolve in un’esigenza meramente estetica votata ad un maggior controllo stilistico. Al contrario, questo incontro segna “un avvenimento necessario” alla sua carriera artistica perché si manifesta come una conquista interiore, come il risultato di un dramma morale, di lunga e tribolata evoluzione.
“Solo seguendo i canoni della nuova poetica – sottolinea Luperini – Verga poteva domare il suo travaglio di ricerca ed esprimersi in pienezza come uomo”. Lo scrittore giunge così a rivelare l’atteggiamento che aveva assunto verso la realtà, “con il suo aspetto positivo nell’eroismo della consapevolezza e della virile rinuncia, e con il suo aspetto negativo nella rassegnata coscienza della propria impotenza e dell’ineluttabilità dell’accettazione”. In questa peculiare prospettiva è possibile cogliere la differenza – e il salto di qualità – tra il primo Verga, romantico e scapigliato, e il secondo Verga, materialista e verista.
