“Mi chiedo se ci sarà mai un giorno in cui Zola non sarà più un punto interrogativo e sarà, invece, un punto esclamativo, intorno al quale la critica, avendo smesso di divergere nel valutare la sua opera, si adunerà sostanzialmente pacificata e concorde”: la questione posta dal critico letterario statunitense, William Dean Howells, esprime con efficacia il senso del dibattito riguardo alla figura dello scrittore francese: un dibattito sempre acceso, divenuto poi così rovente da rischiare di bruciare, nel furore polemico, il valore stesso della sua narrativa. Ben consapevole di questa spinosa temperie, Zola, verso la fine della carriera, dopo aver ripreso in mano la penna in qualità di giornalista, scrisse una serie di articoli, su “Le Figaro”, che vennero a configurarsi come una controffensiva diretta ai suoi tenaci detrattori.
Uno degli articoli fu intitolato “Il rospo”, corredato da un sottotitolo che così recitava: “Come ingoiare un insulto”. Nell’articolo lo scrittore francese, con crepitante ironia, dichiarava: “Ogni mattina, prima di cominciare a lavorare, io ingoio – e lo faccio da oltre trent’anni – il mio rospo quotidiano. Apro infatti, come è mia abitudine, sette, otto giornali che invariabilmente contengono critiche, gratuite ed offensive, sul mio conto”. Ben lungi dallo scoraggiarsi, Zola trasformava in una fonte di energia questa “potente dose di malanimo”. Una dose, rivelava, che in più di un’occasione – per amore di rivalsa – lo aveva aiutato a vincere “la paura della pagina bianca”. E così chiosava: “Per certi brani, particolarmente ispirati, di alcuni miei romanzi, sono debitore nei riguardi dei miei nemici. Essi, infatti, mi hanno destato dal torpore e hanno risvegliato in me quel talento di artista che solo chi è in malafede osa negare”.
Ritoccando poi la celebre formula filosofica di Cartesio, “Penso dunque sono”, Zola scriveva: “Sono insultato dunque sono”, manifestando apertamente, in questo modo, l’intenzione di volgere a beneficio della sua narrativa anche le più caustiche stroncature, rivendicando con fiero orgoglio la sua dignità di uomo e la sua statura di artista. E a chi gli rimproverava di elaborare una prosa “fredda, fotografica, al limite della insensibilità”, lo scrittore replicava che solo i lettori avveduti e non prevenuti erano in grado di avvertire “il calore della passione che fiammeggiava lungo le venature del marmo dell’espressione linguistica”. E’ quella passione, torva e perversa, che sancisce la grandezza di uno dei suoi romanzi più belli e più celebri, “Teresa Raquin”.
