Senso di appartenenza e sradicamento sono i veri protagonisti de “Il profumo della zagara”, romanzo d’esordio di Raffaele Scuderi, medico ginecologo originario di Palermo, da anni impegnato nella difesa e nella promozione della salute della donna. In apertura del libro, in una sorta di dichiarazione di intenti, l’autore afferma: “Non so cosa possa significare per ognuno di noi nascere nella propria terra, appartenere ad un posto”. Per Scuderi tale realtà si specchia nel ricordo di tanti pomeriggi passati nel terrazzo della sua casa a Palermo, “in una città piena di luce davanti a una finestra colorata di azzurro”. Sul filo di una reminiscenza squisitamente proustiana, si diffonde in questo quadro l’odore delle arancine fritte che sua madre Giuseppina preparava alle cinque del mattino. Insomma, nell’immaginario vengono ad imporsi, sospinti da una pronunciata dimensione retrospettiva, odori e colori di vita, di tradizioni che “ti penetrano nella pelle e non ti abbandonano più”.
Tale scenario, già di per sé pregnante, acquista un valore ancor più profondo ed illuminante nel momento in cui viene compromesso e minacciato: è il momento che vede, appunto, lo sradicamento minare il geloso e tenace senso di appartenenza. La storia, avvincente e commovente, raccontata da Scuderi, testimonia questa temperie. Ed è da tale stridente e doloroso contrasto – da un lato le radici, dall’altro la loro estirpazione – che il libro, di forte sentimento, deriva forza e spessore.
Isabella è ancora una bambina quando con suo fratello Rosario viene separata dai genitori e trasferita dalla Libia in Italia. E’ il 1940 e, con la guerra alle porte, segue il destino di tanti suoi coetanei che vengono inseriti nel sistema delle colonie giovanili, prima a Bari e poi a Palermo. Il racconto attraversa gli anni bui del conflitto e mostra la dura realtà della vita in colonia. Isabella, a dispetto di una situazione ostile, riesce a stringere un forte legame di amicizia con alcune coetanee, sebbene, al contempo, dovrà subire la cinica disciplina, con connesse umiliazioni e punizioni, della “vigilatrice”, la signorina Rosa. Il punto di svolta sarà il luglio del 1943: con lo sbarco alleato in Sicilia, i due fratelli si trasferiranno nella vecchia casa di campagna dei nonni a Cefalù, dove Isabella assisterà alle drammatiche ripercussioni della ritirata tedesca.
La felice intuizione dell’autore consiste nell’aver scongiurato il rischio di un piatto e blando resoconto aneddotico imbastendo un’impostazione narrativa in cui è Isabella ormai anziana a raccontare, fatti e misfatti, alla nipote Vittoria. Tale prospettiva consente di acquisire una duplice virtù: la dimensione cronachistica, di sicura valenza documentaria, si lega al versante edificante della narrazione che sublima il dato oggettivo. Infatti, l’atto di tramandare alle nuove generazioni il passato della propria famiglia (un passato di sofferenza, di sogni, di sacrifici e di rimpianti) si tramuta in una lezione di vita per chi è in grado di assorbire e di tesaurizzare di quel passato umori, vibrazioni e dinamiche interne.
Il racconto tra la nonna (una pioniera emigrata negli Stati Uniti) e la nipote si dipana con un linguaggio incisivamente semplice e trasparente, senza i fronzoli della retorica. E mai Isabella assume nei riguardi di Vittoria un tono cattedratico o sussiegoso. Semmai puntella il suo fraseggio con sprazzi di consumata saggezza, come quando le fa presente, a mo’ di ammonimento e di auspicio, che “gli uomini che ti amano sono quelli che ti chiedono di realizzare i tuoi sogni, e fanno per te quello che vorrebbe sia fatto per loro. Lo senti, lo vedi, te ne accorgi”.
Le amiche di nonna Isabella l’hanno preceduta in cielo, e Isabella è ben consapevole che presto si unirà a loro. Ma la morte non la spaventa al pensiero che “gli affetti più grandi sono indelebili e si portano sempre con sé anche quando la persona a noi cara viene a mancare”. E’ questa la forza dell’amore. Il segreto è riuscire a trasformare il dolore in gioia, non arrendendosi mai. “Bisogna essere dei bravi trasformisti in questa vita”.
E la lezione di vita impartitale dalla nonna, Vittoria dimostra di averla compresa, anche nei suoi recessi più nascosti. Nella suggestione di reminiscenze e raccordi (figura in questo scenario, particolare toccante, anche il testo di diritto costituzionale, con dentro qualche granello di sabbia, che il nonno aveva portato con sé in spiaggia quando conobbe per la prima volta Isabella) la nipote matura la riflessione che “dei nostri cari perdiamo il corpo, ma non i loro sentimenti”. E i loro insegnamenti, a volte, “si sedimentano in noi, senza che ne ce accorgiamo”.
