Se non fosse stato per il titolo, “Un delitto per James Joyce”, di Amanda Cross, il lettore, fino a circa metà del libro, non avrebbe capito che si tratta di un giallo. La prima parte è intessuta di brillanti discorsi tra accademici, in un villaggio di campagna, infioriti di citazioni dotte (da Oscar Wilde a Evelyn Waugh) e cadenzati dalla riflessione su temi di sicura importanza: il ruolo della donna nella società (l’autrice fu promotrice del femminismo americano degli anni Sessanta); l’esigenza di comporre saggi di letteratura veramente originali e non supine e avvilenti “rimasticature”; l’inevitabile rivalità fra colleghi nella repubblica delle lettere, pronti a tutto pur di far carriera.
Il primo sentore (titolo a parte) che il libro sta per volgere al giallo si ha quando con studiata insistenza si sottolinea che una donna terribilmente ficcanaso, la signora Bradford, è odiata da tutti. La sua smodata e molesta curiosità potrebbe disseppellire segreti compromettenti e inconfessate verità. Sempre pronta a indagare negli affari altrui senza tatto e senza scrupoli, ha finito per attirarsi la stizzosa avversione dell’intero villaggio. Allora il lettore si sente legittimato a pensare, senza dover scomodare “le cellule grigie” di Poirot, che la signora Bradford, prima o poi, si configurerà come la vittima designata.
Nella seconda metà del libro, finalmente si decolla: ovvero quando inizia il giallo. Spicca, in questo scenario, Kate Fansler (alter ego dell’autrice), professoressa di letteratura e investigatrice per passione. Coltiva un’ardente passione per James Joyce, intorno al quale ruota la vicenda. Detta, infatti, il ritmo la ricerca di un misterioso manoscritto, vergato dallo stesso scrittore irlandese, che sarebbe appartenuto alla raccolta di racconti “Gente di Dublino”, e che poi sarebbe stato tolto dal florilegio per svolgere la funzione di primo approccio alla stesura dell’”Ulisse”.
Un documento, dunque, molto prezioso che non può non solleticare l’interesse di accademici alla ricerca – anche in polverosissimi e dimenticati archivi – di inediti e di testi rari. Per un manoscritto del genere, si potrebbe anche uccidere.
All’autrice va riconosciuto il merito di aver escogitato un modo particolare di compiere il delitto e, al contempo, un modo altrettanto intrigante di smascherare il colpevole. A tale merito ne va aggiunto un altro: quello di consentire il ripasso dell’opera di Joyce con un’andatura disinvolta, quasi dinoccolata, senza cioè la pesantezza di lezioni tanto dotte quanto poco fruibili proprie di certi accademici (e in questo giallo ce ne è più di uno). Al contempo va rilevato che alcuni fuggevoli riferimenti culturali, funzionali all’economia del racconto, avrebbero dovuto essere sostenuti da una citazione più protocollare ed estesa.
Riguardo all’uso delle armi da fuoco, la Cross, in un passaggio importante del giallo, menziona “Hedda Gabler”. E non dice di più. Sebbene essa sia una delle più importanti opere teatrali del celebre drammaturgo norvegese Ibsen, il lettore – tutto preso dall’avvincente narrazione – rischia non solo di rimanere spiazzato (non è scontato che ne conosca l’autore, non trattandosi della “Divina Commedia” o dell’”Amleto”), ma anche di sentirsi a disagio non disponendo delle giuste chiavi interpretative per carpire il mistero. E’ vero che la citazione cade in un discorso tra accademici (si presume, dunque, che conoscano lo scrittore dell’opera in questione), ma – come ammoniva una scrittrice che di gialli se ne intendeva, Agatha Christie – non bisogna mai fornire al lettore l’alibi di non essere stato messo nelle condizioni di cogliere i dettagli o, meglio, gli indizi.
