Vi sono due grandi difficoltà: quella di comunicare sé stessi e quella, ancora più ardua, di essere sé stessi. Entrambe, afferma Virginia Woolf, le ha superate Montaigne il quale, nell’atto di rivelare l’altro, mette a nudo il proprio. Da questo connubio deriva una riflessione illuminante sull’uomo. Il filosofo francese, nei suoi “Saggi”, celebra l’elogio della pazienza di fronte alle brutture e alle storture del mondo. Tuttavia, non per incoerenza ma in virtù di un naturale e legittimo moto dell’animo, smette i panni del “giudice compassato” per vestire quelli dell’iroso fustigatore” nel denunciare situazioni lesive dell’ordine delle cose. “Nulla al mondo ha difetti evidenti e grossolani quanto la legge” tuona Montaigne. Al riguardo, chiosa la Woolf: “Qui l’anima, facendosi irrequieta, attacca aspramente le manifestazioni più tangibili dei peggiori incubi di Montaigne, le consuetudini e le mere formalità”.
L’uomo che sia consapevole di sé stesso è indipendente. Non si annoia mai ed è imbevuto nell’intimo, osserva la scrittrice inglese ricordando la lezione di Montaigne, di “una felicità profonda, seppur pacata”. Questo uomo è il solo a vivere, mentre gli altri, schiavi della forma, lasciano che la vita “scivoli loro accanto come in un sogno”. Non appena ci si conforma e si fa ciò che fanno gli altri solo perché quelli lo fanno, “il letargo s’insinua nei nervi più sensibili e nelle facoltà dell’anima. E l’anima, a sua volta, diviene “insensibile, incallita e indifferente”.
“Se si chiede – afferma la Woolf – a questo grande maestro dell’arte della vita di rivelarci il suo segreto, ci consiglierà di ritirarci nella camera interna della nostra torre e là sfogliare le pagine di libri, inseguire un’idea dopo l’altra mentre si rincorrono su per il camino, e lasciare ad altri il governo del mondo. Vita appartata e contemplazione: intuiamo essere questi gli elementi fondamentali della sua ricetta”. Tuttavia Montaigne non è affatto esplicito. “Impossibile – sottolinea la scrittrice – estrarre una risposta semplice da quell’uomo accorto, per metà sorridente e per metà malinconico, gli occhi dalle palpebre pesanti e l’espressione sognante, canzonatoria”.
Era raro che Montaigne riuscisse a leggere un libro per più di un’ora, e aveva una pessima memoria, tanto che nel passare da una camera all’altra dimenticava ciò che aveva in mente. Ma era, a fronte di ciò, una grande lettore, perché sapeva cogliere dalla lettura il meglio, e scartare il peggio. Per il filosofo, tutti gli estremi sono sempre pericolosi. Di conseguenza “la cosa migliore è tenersi al centro della strada, nei solchi già tracciati, per fangosi che siano” dichiara la Woolf che, riecheggiano gli insegnamenti di Montaigne, esorta a scegliere le parole comuni quando si scrive e ad evitare i rapimenti e l’eloquenza. Eppure, bisogna riconoscere che la poesia è “deliziosa” e che la prosa migliore è quella “più ricca di poesia”.
A commento dei “Saggi” la Woolf scrive che essi sono “straordinari volumi di affermazioni brevi e frammentarie, lunghe e dotte, logiche e contraddittorie”. In tali affermazioni è stato possibile sentire le pulsazioni e il ritmo dell’anima. “Quest’uomo – dichiara – ha portato felicemente a termine l’azzardata impresa del vivere e tramite la continua sperimentazione e osservazione delle cose più impercettibili, ha raggiunto un miracoloso equilibrio tra tutte le parti più imprevedibili che costituiscono l’anima umana, afferrando a piene mani tutte le bellezze del mondo”.
